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A.I.T.E

Associazione Italiana Tecnici Equestri

 
  
  Metodo Caprilli
L'EQUITAZIONE IN ITALIA
NEL DICIANNOVESIMO SECOLO

Se cavaliere e cavallo non sanno saltare, non combineranno mai nulla: occorre che almeno uno dei due sappia come si deve andare: il cavallo addestrato insegni al cavaliere principiante.

CAPRILLI     

In Italia non esistevano nei secoli diciassettesimo e diciottesimo corti abbastanza solide da poter dedicare denaro e attenzioni a scuole di cavalleria come era avvenuto in Francia con Fontainebleau, Versailles, Saumur, o in Austria con la scuola di Vienna, o in Germania con le scuole di Monaco e di Hannover. Sebbene custodi di un'arte capziosa e innaturale, tuttavia queste scuole avevano il pregio di tenere viva la passione per il cavallo al di fuori del mezzo di trasporto o dello strumento militare quale esso era allora; conservarne cioè il gusto dì svago squisito, simbolo di un mondo sociale circoscritto ma determinante. In Italia, come in Spagna, la Controriforma e la decadenza economica e intellettuale ad essa legata avevano messo in cattiva luce il cavallo come elemento di svago e ogni tradizione cinquecentesca era andata infine perduta.
Le guerre napoleoniche avevano riportato una certa passione equestre, sinché Carlo Felice, in piena Restaurazione, con il proprio « regio viglietto del 15 novembre 1823, decise di fondare una scuola di equitazione scegliendo come sede il castello di Venaria Reale. Adiacenti al sito, sorgevano un ampio maneggio e una vasta piazza d'armi. Funzione primaria dell'istituto era quella di preparare nell'equitazione ufficiali di ogni arma e le persone addette alla real casa; una funzione quindi non prettamente militare, proseguita fino al 1848. Dopo la battaglia di Novara, la scuola venne ricostituita a Pinerolo, assumendo la nuova denominazione di Scuola militare di cavalleria.
Mancava però un'unità di indirizzo, si seguivano alcune regole, alcune mode, senza poter- formare un nucleo di maestri in grado di tramandare un vero e proprio stile. Perciò nel 1867 fu inviata a Vienna una commissione presieduta dal colonnello conte Lanzavecchia di Buri,-comandante la scuola, alla ricerca di un ufficiale che potesse insegnare e dirigere l'equitazione del nostro massimo istituto.
La scelta cadde sul tenente del genio austriaco Cesare Paderni, friulano di Cividale, dove era nato nel 1833. Uscito dall'accademia di Wiener Neustadt, appassionato dì equitazione, era stato allievo del colonnello Edelstein (che conosceva anche l'equitazione all'aperto, naturalmente secondo i sistemi di allora), famoso insegnante di alta scuola. Il Paderni, dotato di tatto e di senso speciale del cavallo, assieme a un coraggio disperato in campagna, pareggiato al grado di capitano e poi di maggiore, assunse la direzione dell'equitazione in generale, impartendo personalmente l'istruzione di alta scuola e di campagna agli ufficiali del-corso magistrale. Era veramente un maestro in fatto di insegnamento secondo la linea classica, ma in campagna portava i sistemi del maneggio senza vedere l'aspetto pratico dì questa equitazione né i possibili sviluppi ai fini militari e sportivi. Ha lasciato tre brevi opere e un regolamentino, datato 1890, sull'istruzione del cavallo giovane.
Particolare del salto degli ostacoli al tempo in cui il cavallier Paderni era istruttore alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo« Il nuovo metodo per ammaestrare il cavallo giovane », così comincia, « si può chiamare il sistema di elevazione dal basso e si divide in primo grado di elevazione, secondo e terzo, gradi successivi che segnano, nel cavallo e nella sua attitudine di testa e di collo, un ben marcato cambiamento. » Il che è una specie di progressiva tortura per ridurre « il col lo del cavallo ad S, dall'avanti all'indietro, con atteggiamento grazioso ed elegante, i muscoli accresciuti di volume eccetera ». Voleva che il cavallo alla fine avesse il ferro del filetto all'altezza del garrese.
In quanto al salto il Paderni dice: « Se alto sarà l'ostacolo, il galoppo non dovrà essere né troppo corto né troppo disteso e abbandonato, perché ci vorrebbe grande destrezza e forza nel cavaliere per rialzare d'un tratto e in un tempo giusto, un cavallo che, abbandonato sul davanti, si avvicina con velocità a un ostacolo fisso e di altezza considerevole ».
Da notare prima di tutto che l'altezza considerevole era un metro circa. Inoltre pare incredibile che il Paderni, cavaliere sensibile, completo, profondo conoscitore del cavallo, non capisse le sue necessità meccaniche sotto l'ostacolo e sul salto.
Neppure quando il Savoiroux, grande cavaliere in pista, e il Baralis succedettero al Paderni portando il soffio di un'equitazione più disinvolta, le cose cambiarono: se il cavallo rifiutava, era uso riportarlo all'ostacolo rovesciando il busto all'indietro e spingerlo avanti con la pressione sulle reni. Comunque, busto indietro nell'ultima fase del salto per non gravare sull'anteriore. Se il cavallo era indeciso, ancora busto indietro e movimento dei pugni lateralmente per richiamare l'attenzione ed evitare scarti.
Si iniziava subito con ostacoli da ottanta centimetri e l'istruttore stava pronto, armato di frustone. L'ostacolo era solitamente addossato a uno dei lati del maneggio. Nel 1889 il principe Amedeo duca d'Aosta, in qualità di ispettore della cavalleria, ordinò di staccare la barriera a quattro metri dallo steccato. Fu uno sbandamento generale. Però, come il cielo volle, gli allievi delle scuole riuscivano a superare tutto quel florilegio di difficoltà che erano alla base del cavaliere militare: discesa dì Baldissero, argini del Chisone, cresta dei Muretti.
Il Paderni venne esonerato nel 1892, non perché il suo insegnamento fosse superato o inefficiente, ma per l'ostilità degli ufficiali superiori indignati che la guardia si dovesse schierare al passaggio di un « borghese » qual era il maestro e per altre piccolezze formali. Nacque il « caso » Paderni.
In verità si potrebbe dedurre, stando agli sviluppi dell'equitazione d'oltr'Alpe, a certe illuminate raccomandazioni di capiscuola francesi, del Baucher, per esempio, che nel 1870 insisteva: « Lasciate il cavallo, lungo l'arco della parabola del salto, libero di disporre la testa, l'incollatura e le sue leve come natura gli indica », che Caprilli e il suo sistema siano sorti proprio in Italia per fatale reazione all'ottusità delle nostre scuole militari, per l'inefficienza dei nostri cavalieri e l'arretratezza dell'equitazione italiana lungo tutto l'Ottocento.



C  A  P  R  I  L  L  I

Fotografia di Caprilli vincitore del G.P. Città di Torno Caprilli era nato a Livorno nel 1868 da padre livornese e madre pisana e crebbe in una famiglia agiata; il nonno era ricco armatore. Perduto il padre fanciullo, trovò un affetto veramente paterno nell'ingegner Carlo Santini che aveva sposato la vedova Caprilli. E ad accendere la sua passione per la vita militare furono forse i racconti del Santini, già ufficiale con Garibaldi e volontario a Mentana. Ammesso nel 1881 al collegio militare di Firenze, nel 1886 fu ammesso alla scuola militare di Modena come aspirante di cavalleria. La commissione medica della scuola però non lo ritenne idoneo all'equitazione per la vita troppo lunga e, in rapporto, le gambe troppo corte. Ma il destino era segnato: un posto vacante e Federico venne ammesso in cavalleria. Superò presto tutti per ardire, tatto e passione. Nel 1888, promosso sottotenente in Piemonte Reale di guarnigione a Torino, riscosse tali successi sportivi e mondani per cui, diventato un pericolo, venne sbalzato a Nola, al reggimento Lancieri di Milano. Ma il suo nome risuonava già per tutta la penisola. Il colonnello Berta, futuro ispettore, segue il suo lavoro, ancora poco teorico, sul corpo del cavallo e i suoi spostamenti di equilibrio durante il salto, sino ad intravedere un nuovo metodo. Alcuni giovani che pretendono di imitarlo falliscono in pieno nelle prove pubbliche.
Ma Caprilli lavora e, con la fiducia del generale Berta, arriva a delineare con chiarezza la sua teoria passata attraverso tre fasi: 1 andando sull'ostacolo, sedere bene in sella e mantenere i pugni fermi al garrese, con redini tese; 2 andando sull'ostacolo, sollevarsi di circa venti centimetri sulla sella, pugni e redini come sopra; 3 andando sull'ostacolo, alzarsi di poco sulla sella, mantenendo l'inforcatura al pomo della medesima, i pugni avanzanti verso la bocca, sì da permettere al cavallo di distendere l'incollatura quanto gli occorre, ma conservando sempre una leggerissima tensione di redini fra la mano del cavaliere e la sconnessura delle labbra del cavallo.
I due primi periodi, durati 5 anni, gli avevano cagionato tali cadute da obbligarlo a prendersi una licenza di 6 mesi nel 1900. Le reni offese, il corpo dolorante, ma spinto sempre dalla passione. Nel 1904 il generale Berta gli affida 30 reclute del 4° squadrone della scuola di cavalleria di Pinerolo. E dopo 4 mesi una commissione può constatare la differenza tra le reclute istruite secondo il sistema Caprilli e le altre.
Tuttavia i codini non disarmano, ma il sistema si espande e gli istruttori di moltissimi Paesi vengono ad apprendere il nuovo verbo a Pinerolo. Ultimi saranno i francesi, i belgi, i tedeschi e gli austriaci. Il suo sistema tende a “togliere al cavallo le sofferenze della cattiva monta, renderlo più redditizio, risparmiare cadute ai cavalieri, quelle cadute nocive talvolta al fisico, sempre al morale”. Famosi furono i suoi exploits di fronte ai cavalieri di tutta Europa nel grande concorso ippico di Torino nel 1902 e un suo saggio nel maneggio di Saumur.
A 39 anni, due anni dopo che il suo metodo veniva applicato da tutta la cavalleria, muore a Torino il 7 Dicembre 1907, cadendo da cavallo, al passo, colto da improvviso malore.
Esecuzioni di un salto da parte di un gruppo di cavallieri guidati dal Capitano CaprilliIl segreto di Caprilli era, all'origine, semplice, ma bisognava scoprirlo: e il segreto fu di osservare e studiare da terra i movimenti del cavallo a ogni andatura e soprattutto al salto e considerare il modo di poterlo assecondare facendogli risparmiare sofferenze ed energie pur restandone padroni. Caprilli immaginò un cavaliere che gli « andasse insieme » nell'azione e lo assecondasse completamente con le braccia e col busto conservando il ginocchio fetiuo, la gamba naturalmente cadente, l'inforcatura solida. Capì che bisognava scendere nell'inforcatura: donde l'invenzione del « tallone basso » e della suola in fuori, soli mezzi per dare fermezza alla parte inferiore del corpo e permettere quindi la massima elasticità dalle reni in su. Fermezza, assecondamento, ceduta danno l'« insieme » fra cavaliere e cavallo, base del « sistema di equitazione naturale », cioè della scuola italiana.
L'equitazione naturale insegna a rendere atto il cavallo, in brevissimo tempo, a rispondere alle varie contingenze della guerra e dello sport.
Per equitazione naturale s'intende quella equitazione che lascia prendere al cavallo il suo equilibrio naturale col nuovo peso del cavaliere e della bardatura, rimanendo in una posizione naturale di collo e di testa.
La differenza fra l'equitazione naturale e quella così detta di scuola consiste nel fatto che, mentre quest'ultima vuole intervenire nell'adattare il cavallo al cavaliere, l'altra mira ad adattare il cavaliere al cavallo. Ora è più facile questo lavoro che quello e quando uno sia entrato nell'ordine di idee dell'equitazione naturale, la conosca bene e sia convinto della sua utilità, ottiene quello che prima non riusciva a fare in un tempo tre volte più lungo.
discesa secondo il metodo CaprilliNell'equitazione naturale il cavaliere richiede all'animale che monta incollatura distesa e testa in posizione obliqua come nel trotto scosso, vale a dire la posizione più « naturale » del cavallo. Caprilli ci ha lasciato poche note e tuttavia sufficienti per ricostruire i princìpi del suo sistema, poche note che valgono un testamento equestre e anche morale, in quanto i suoi insegnamenti oltrepassano i confini fisiologici, vanno oltre la questione dell'equilibrio di un uomo a cavallo e di un cavallo con il peso più o meno instabile di un uomo in groppa, ma arrivano a toccare motivi basilari del rapporto, della coesione, del colloquio più profondo, istintivo e razionale insieme, tra il cavaliere e la cavalcatura.
Caprilli ha rivoluzionato l'equitazione molto più profondamente di quanto non sì possa pensare. ha sconvolto le basi della innaturale e barocca costruzione militaresco-aristocratica, instaurata dal 1500 e perseguita con ossequio sino alle soglie della Rivoluzione francese e da questa non disfatta a sufficienza, spalancando le finestre, chiuse da secoli, dei maneggi, riproponendo il cavallo come animale vivo e non come simbolo di casta o emblema araldico o pretesto di pedante erudizione, per ricondurre l'equitazione alle linee semplici, ragionate e affettuose di Senofonte. Caprilli ce lo ha riproposto come un mezzo di locomozione pratico e un compagno sportivo, un amico muto ma a modo suo eloquente, che ti costringe a pensare, a ragionare, che ti aiuta e induce all'indagine.



PERIODI DI SVILUPPO
E DIFFUSIONE DEL »SISTEMA«

1888-1900, in cui le nuove idee cominciano prima a farsi strada, si affermano poi e cominciano a diffondersi.
1900-1902, in cui le idee di Caprilli sono diffuse e si impongono man mano, fino al riconoscimento ufficiale del suo « sistema ». La generalizzazione dell'uso del filetto come imboccatura del cavallo e il grande incremento dato all'equitazione di campagna permettono già, ai migliori cavalieri di attitudini e di passione, di raggiungere buoni e razionali risultati. Per quanto non si sia sotto l'impulso di una attività vigorosa e trionfatrice, l'anno 1902 fu quello dell'affermazione totale e la data di partenza per un nuovo orientamento del sistema.
1903-1901, in cui il sistema, per merito del generale Berta. presente Caprilli alla scuola di cavalleria, si afferma sempre più, viene insegnato e applicato. 1907-1911, che può dirsi di diffusione del sistema e di formazione di buoni istruttori e di numerosi allievi bene scelti, che danno buoni cavalieri. 1911-1920, in cui si ha l'applicazione del sistema, la sua diffusione all'estero e la formazione di una numerosa massa di ottimi cavalieri' e istruttori. Questo può dirsi il periodo aureo.
1920-1925, che può dirsi di assestamento postbellico, in cui si riprendono i corsi, per quanto con carattere non regolare. I nostri migliori cavalieri affermano nel mondo, incontrastato o quasi, il nostro primato equestre.
1925-1939, in cui la mentalità della massa dei cavalieri, per un complesso di cause contingenti, si orienta particolarmente verso il concorso ippico, con visioni tendenti alla praticità agonistica. Cominciano le cause delle prime degenerazioni, con infiltrazioni di lavoro di scuola. Giovani istruttori, in genere ottimi cavalieri, allievi per lo più di istruttori non direttamente discendenti dall'insegnamento di Caprilli, portarono, nei loro insegnamenti, piccole varianti personali, come sfumature, che si distaccavano dallo spirito del sistema in qualche particolare. Alcuni si erano resi conto che Caprilli non aveva detto come si deve addestrare il cavallo per l'equitazione naturale.
Cavalliere attaccato alle redini e seduto; questo scivolo riuscirà fataleDopo la seconda guerra mondiale, e per mancanza di indirizzo (soppressione dei reggimenti di cavalleria) e per le necessità agonistiche (percorsi sempre più spettacolari e complicati che esigono interventi anche violenti e « arrangiamenti »), il sistema subisce maltrattamenti persino nelle scuole e non può essere mantenuto in purezza che da pochi.
La diceria che Caprilli avrebbe cambiato parere se vivesse ancora, se si fosse trovato ad affrontare i complicati e capziosi percorsi d'oggi, è corsa anche in Italia, diffusa da gente pur qualificata.
Pare che anche Caprilli stia passando i suoi guai e non bastino più il generale Ubertalli e altri depositari della sua grande intuizione a salvarlo dalla critica. Se il grande cavaliere e maestro ebbe il merito di svincolare l'equitazione nostrana dai vecchi schemi, liberando l'incollatura e le reni del cavallo dopo averne osservato il movimento « scosso », egli ha purtroppo lasciato la somma delle sue osservazioni in una serie di appunti acuti, geniali, affascinanti ma lacunosi. Non ha parlato della preparazione del cavallo per arrivare alla gara, quali i mezzi, quali l'indirizzo per portarlo giustamente ginnasticato a saltare secondo il suo sistema. Evidentemente egli riteneva tutto ciò superfluo e ovvio, dato che una base di preparazione veniva naturale, al tempo suo, dalle ore e ore che si solevano passare in maneggio; per cui non fece cenno al formulario del dressage, che naturalmente escludeva tutte le forzature delle arie basse e alte. Un lavoro, questo del dressage, che doveva probabilmente esser e dato per scontato. Inoltre Caprilli si riferiva quasi del tutto all'equitazione di campagna, allora praticata per scopi sportivi (cacce) e bellici. Caprilli, non dimentichiamolo, tendeva a formare cavalieri militari in grado di maneggiare il cavallo con scioltezza e indirizzarlo dove e come essi volevano secondo le esigenze del momento. A dimostrazione che quello era il sistema giusto per ottenere la padronanza assoluta del cavallo, per averlo leggero e in avanti, su terreno vario, volle far vedere come poteva passare ostacoli di qualsiasi impegno e natura nel modo più disinvolto e coerente e cioè col cavallo in avanti nella sua disposizione naturale e non con l'impulso tutto potenziale sul posteriore (cavallo sulle anche).
In verità oggi si ritiene che il suo capolavoro tecnico sia rappresentato nelle foto dei salti sulla Piccola Lark, capolavoro di compostezza e di rendimento col minimo sforzo da parte del cavallo e del cavaliere.
Necessità agonistiche e alcune malattie renali, nonché postumi di troppe cadute, lo portarono in seguito a forzare la posizione piegandosi troppo. Il sistema, il metodo naturale divennero « maniera ».
Il tenente Bonacossa scende secondo il Sistema una scarpataNel frattempo i percorsi andavano facendosi sempre più complicati e gli « inghippi » sempre più frequenti sia per dare maggiore spettacolo al pubblico sia per provare sino in fondo le possibilità dei cavalli e la qualità dei cavalieri.
Primo ad accorgersi che il sistema funzionava relativamente fu Alvisi, comandante la squadra della Milizia che aveva alle dipendenze cavalieri come Pogliaga, Mangilli, Coccia, D'Angelo e Keckler. Alvisi si era reso conto che era indispensabile riprendere il lavoro di scuola se si voleva continuare la serie vittoriosa dei caprilliani, ora che le carte in tavola erano state modificate e che mutava anche il materiale equino, sempre più insanguato e difficile da padroneggiare.
Già all'estero il sistema, capito per metà, aveva creato degli inconvenienti, prima di tutto in Inghilterra. Si sa come saltavano per tradizione gli inglesi: la vecchia scuola si prestava per i percorsi usati in Inghilterra a quei tempi, quando gli ostacoli erano per la maggior parte verticali e molti mobili, il tempo non contava nulla, mentre la precisione aveva la massima importanza. Nella fase di avvicinamento all'ostacolo si teneva il cavallo sotto cadenza sino al momento dello scatto. Poi il cavaliere inglese, di fronte ai successi italiani e di fronte ad ostacoli più solidi e più larghi e al fattore tempo, ha accorciato le staffe per galoppare più svelto sull'ostacolo ma permettendosi di intervenire sempre, col risultato di non essere più assieme al cavallo e quindi di cascargli sulle reni o di martoriarlo in bocca.
Se i francesi, a parte Danloup, ebbero sempre diffidenza per il nostro sistema, preferendo attenersi ai princìpi di Saumur e praticando quel demi-arrét di cui l'esponente più straordinario è oggi d'Oriola, i tedeschi studiarono Caprilli, ne dosarono i princìpi, li sviscerarono in teoria e in pratica per decidere di servirsene proprio nella parabola del salto, là dove Caprilli è stato più geniale, ma giovandosi sempre della preparazione atletica del cavallo e di quella ginnastica fatta in maneggio, secondo le loro regole di scuola conservate ad Hahnover. E così cominciarono a batterci presentando in campo cavalli monumentali in grado di compiere una piroetta al galoppo e subito saltare un ostacolo di un metro e settanta. Campione in questo senso fu il comandante Brinckmann, cavaliere completo in ogni senso.
Oggi si dice che se non ci fosse stata la guerra, la frattura della guerra, i nostri vecchi e gloriosi cavalieri sarebbero stati battuti perché su percorsi complicati, coi cavalli in avanti, non avrebbero potuto difendersi dalla superba tecnica e dalla rigorosa preparazione dei tedeschi. I più giovani capivano che l'equitazione non poteva più essere quella semplice di Caprilli, ma occorreva molta scuola per preparare i cavalli a destreggiarsi nei nuovi percorsi. Lo stesso Lequio dava lezioni caprilliane, ma appena usciti dal maneggio i giovani cercavano di tornare alla scuola come potevano, cioè in modo empirico e sommario. E così accadde che l'equitazione italiana subì un'evoluzione del tutto individuale.
Chi aveva incominciato nel 1936, dopo aver visto i tedeschi, a cercare una sintesi dei due metodi, equitazione naturale e di scuola, era considerato un mostro dai depositari dei princìpi caprilliani. Dopo Alvisi e la sua schiera (non dimentichiamo che Mangilli fu il primo italiano a tentare il grand dressage alle Olimpiadi con il grigio Guerriero di Capestrano, un purosangue), venne Amalfi ad aprire un nuovo spiraglio sinché, tra gli ufficiali giovani, spuntò Conforti, colui che sviluppò, dapprima con qualche impaccio, le nuove tendenze; lo fece cioè in modo piuttosto empirico, proprio perché l'attuazione pratica è stata per gli italiani alquanto spinosa, quindi con maggiore coscienza. Tutti i cavalieri che oggi brillano sono arrivati a questa equitazione attraverso la propria sensibilità, attraverso un equilibrio di scelta tra tradizioni recenti e passate e intuizioni nuovissime, senza però costruire una scuola, cosa che si tenta invece di fare ora proprio presso il centro sportivo ippico militare, guidato dal colonnello Manzin, che a suo tempo si era presentato con Mangilli al grand dressage di Helsinki, dove aveva ottenuto la medaglia di bronzo. La nuova tendenza è di avere il cavallo leggero, in avanti naturalmente, ma atleta. E per farne un atleta si vogliono stabilire i termini del lavoro.
I semplicisti, indotti a ciò dai pochi, schematici appunti di Caprilli, pretendono di saltare in groppa a un cavallo brado e di insegnargli a saltare senza averne fatto un atleta, senza averlo neppure ginnasticato. Sarebbe come prendere un contadino forte e robusto, ma incapace di camminare, e pretendere che corra i cento metri. Costui deve fare prima di tutto della preatletica per imparare a usare le proprie gambe secondo una volontà e un fine precisi; poi potrà esercitare quella muscolatura necessaria per lo scatto e la velocità. Si vedono infatti molti cavalli che non sanno trottare nel ritmo né partire di galoppo destro o sinistro. Occorre un grande lavoro di preparazione, cosciente e accorto; occorre prendere questa nostra vecchia equitazione caprilliana e orientarla alle esigenze del cavallo d'oggi che è esasperazione dell'impulso in leggerezza, o meglio, per arrivare al nocciolo della questione, eccezionale carica di impulso in equilibrio costante.
Se nel secolo diciassettesimo si facevano la piroetta, la croupade, la courbette, la cabriole e tutto si esauriva nell'eleganza e nella bellezza del difficile esercizio, oggi questi esercizi, in particolare la piroetta, debbono essere fatti con tale impulso e tale carica da potersi passare ostacoli di un metro e sessanta e più, dopo una mezza volta di un raggio di pochi metri. In sostanza bisogna ginnasticare il treno posteriore del cavallo in modo eccezionale, rimettere il cavallo sulle anche in quanto la costante orizzontale dell'impulso va sempre più diminuendo mentre deve, di conseguenza, aumentare sensibilmente quella semiverticale.
Indispensabile quindi possedere il meccanismo dell'apparade, la mezza fermata, nella quale Thiedemann, ad esempio, arrivava all'eccesso della mezza fermata ogni tre tempi di galoppo.
In quanto alle curve Caprilli dice: « Tirare la redine interna e cedere di altrettanto la redine esterna ». La tecnica odierna, al posto di questo principio di redine diretta di opposizione, tende alla « redine contraria di opposizione » in quanto la prima mette il cavallo sulle spalle (il posteriore percorre più strada dell'anteriore e tende quindi a farsi più leggero e a scaricare l'impulso sull'anteriore), mentre la seconda vede il cavallo compiere più strada con l'anteriore e mettersi quindi sul posteriore. In tal modo esso raccoglie un maggiore impulso. Non per nulla i butteri istintivamente usavano questo metodo per scurvare, anche perché soliti a impugnare le due redini con una mano sola, come del resto i cowboys. Essi spostano il cavallo soprattutto intervenendo col peso. Amalfi, ad esempio, soleva osservare il cavaliere al trotto e dal suo modo di trottare stabiliva se questo era o no in grado di saltare. « Tu non trotti », protestava allorché vedeva un cavaliere scaricare il cavallo al trotto sull'anteriore o il cavaliere stesso che spostava con eccesso di oscillazione il proprio dall'indietro in avanti. Conforti si ispirò ai princìpi di Amalfi e li applicò a se stesso, trovando in Sabà un esecutore perfetto e in Popilio un purosangue di non grandi mezzi ma vincitore notevole.
La prima squadra italiana rinnovata nella base tecnica e nella concezione teorica dell'equitazione fu quella che partecipò alle Olimpiadi del 1948: era composta da Conforti, Bettoni, Piero D'Inzeo, Azais e Ricci.



I D'INZEO

Dopo la serie di grandi cavalieri tra le due guerre, l'Italia ha conosciuto un nuovo periodo di splendore in campo equestre grazie a tre cavalieri di classe internazionale e forse i maggiori d'ogni tempo: Piero e Raimondo D'Inzeo e Graziano Mancinelli. Ma mentre Mancinelli è un campione a sé stante e per il suo « iter » civile e per il suo carattere e per essere un cavaliere borghese semiprofessionale, Piero e Raimondo non si possono dissociare e per essere fratelli e per le qualità opposte determinatesi in essi nonostante la medesima impostazione ricevuta dal padre.
Nato a Roma nel 1923 il primo, e a Poggio Mirteto, in provincia di Rieti, nel 1925 il secondo, figli di Costante D'Inzeo, maresciallo di cavalleria e istruttore dei più puntigliosi e illuminati, ricevettero sin dall'infanzia un'educazione equestre particolare, rigorosa, precisa. Ma se Piero, subito desideroso di apprendere e più disciplinato, a otto anni poteva già esibirsi con successo in concorsi privati, Raimondo restò fuori del gioco per una decina d'anni. E così mentre il primo, modellato profondamente dagli insegnamenti del padre, diveniva a poco a poco l'incarnazione dello stile, la rappresentazione animata del manuale d'equitazione caprilliana, l'altro cavalcava in qualche modo, piuttosto scomposto e svogliato, nonostante le strapazzate del padre che arrivò a ritenerlo un figlio perduto per l'equitazione.
Furono i primi successi del fratello a metterlo di puntiglio e, naturalmente, a muovere in lui quel sentimento di emulazione che è stato ed è alla base dei suoi risultati, senza acredini di rancori o di invidia, un tipo di emulazione chiara, direi divertita.
Questa diversa formazione ha differenziato in sella i due e, se Piero cresceva come uno stilista incomparabile che preferiva il rifiuto a richiami scorretti e violenti, Raimondo invece si faceva un agonista implacabile al punto da conquistare presto medaglie e titoli (medaglia d'argento alle Olimpiadi del '56, medaglia d'oro nel '60, campione del mondo nel '56 con Merano, nel '60 con Gowran Girl).
Piero D'Inzeo, la poesia in movimentoPiero difatti incanta per lo stile, per l'« assieme » col cavallo, l'elasticità estrema e perfetta della schiena, delle spalle, delle braccia, in un atteggiamento vibrante e coerente, ancorché compassato, frutto di attitudine fisica personale che arriva a trarre il maggior profitto da questa flessibilità della parte superiore del corpo per assecondare gli equilibri del cavallo, il tutto fondato su un cardine solo: la fermezza della gamba e, nel contempo, la sua elasticità. In quanto al lavoro, Piero ritiene che i cavalli d'ostacoli vadano preparati e ginnasticati in piano, perché solo in piano il cavaliere può rendersi padrone dell'impulso dell'animale, del suo equilibrio, mentre portandolo a saltare tutti gli ostacoli della terra non si fa che ginnastica consuetudinaria, dai risultati aleatori, col rischio di comprometterne l'integrità. Inoltre sostiene che si deve condurre a buon fine l'addestramento con le due sole imboccature classiche, il filetto e la briglia semplice, ogni altra imboccatura, ogni altro tipo di redine, per quanto ben studiate, essendo soltanto confessione di impotenza da parte dell'uomo il quale, basandosi sull'effetto e non sulla causa, consegue risultati soltanto provvisori, ingannevoli e in realtà dannosi.
Affermazione fondamentale e che può bastare per quanti cercano la ricetta nell'imboccatura o si accaniscono a saltare e saltare nella speranza di impadronirsi di un'arte senza dover pensare né riflettere. Piero D'Inzeo impegnato sul saltoPiero restò abbagliante e unico nel firmamento dello sport equestre fino a quando, nel 1955, cominciò a spuntare l'astro Raimondo, scherzoso e un po' timido quanto Piero è serio e opaco, e che ha abbracciato la carriera militare proprio per passare la vita tra i cavalli e a cavallo e poter avere una scelta nei cavalli da lavorare. Eppure mai uno screzio tra i due, mai rivalità, non ostante la posizione difficile, al vertice dell'equitazione mondiale, e con i suiveurs che li sobillavano e cercavano di attizzare il fuoco della discordia.
Raimondo ha sempre ammirato e rispettato lo stile, le virtù del fratello, dichiarando sovente che nessuno sarà mai alla pari di Piero perché nessuno « sarà mai cavallo » come lui, per far notare, tuttavia, che se Piero è il paradigma dell'equitazione, lui però è diventato Raimondo.
Piero, dunque, è la classicità in sella, anche se i supercritici, oggi, ché lo vedono un po' gobbino, trovano qualcosa da ridire (del resto i gobbini in sella vanno meglio dei rigidi e troppo dritti), è la sapienza a cavallo, come Raimondo invece è l'invenzione, l'estro che riesce a trasformare i canoni del « sistema » caprilliano in un'arte istintiva e irripetibile. Un estro che lo ha portato a cadute ben' più dure e numerose di Piero, con gli arti ormai saldati in diciotto punti e dolori a ogni cambiar di tempo, nonché un timpano fuori uso. E se Piero afferma di avere un sistema di addestramento classico e valido per tutti i cavalli e non ammette che il cavallo non acconsenta a sottoporsi alla sua volontà, Raimondo è portato, per la sua natura più estrosa e improvvisatoria, a capire l'animale, a penetrare il suo animo, a cercarne l'obbedienza attraverso una perfetta identità di vedute. Sono anni e anni di fatica, senza la paura della monotonia perché un cavallo non è mai uguale all'altro. E non gli piace arrivare alla gara senza prima avere esplorato carattere, mentalità, estri di un cavallo. Insomma senza averlo capito ed essersi fatto capire. Per ottenere ciò occorre la pazienza di un ginnasta, la freddezza e il calcolo di un giocatore, la sensibilità e la delicatezza di un artista.
Piero D'Inzeo a Punta Ala con la figlia CristinaTuttavia questo cavaliere dallo stile personale e mosso dall'agonismo, con Merano è entrato nel novero dei « classici », e certi suoi percorsi restano esempi di perfezione tecnica e di magistero tattico, così come con Gowran Girl ha raggiunto un estremo dell'artificio, improvvisando ostacolo per ostacolo, quella folle cavalla tenendola sempre sotto controllo, folata per folata, fermamente, ma sempre con azioni e impostazioni diverse a seconda dell'umore e della rispondenza di quella. Così per Raimondo in genere la gara è una serie di imprevisti, di cadenze da aggiustare ostacolo per ostacolo, di impulsi da coordinare ogni volta.
E' la sua qualità, questa improvvisazione, questo rinnovarsi a ogni percorso e con ogni cavallo, pur sapendo che le sue mani irrequiete, la sua gamba che va indietro fanno aggrottare le sopracciglia ai vecchi custodi dello stile. Sa che non si scende in campo per fare dello stile, soprattutto oggi che si lotta al decimo di secondo, su ostacoli sempre più difficili, su percorsi sempre più tortuosi, oggi che ogni cavaliere è costretto al limite delle possibilità d'equilibrio d'un uomo in sella a un animale al limite delle sue possibilità atletiche; un binomio dunque al limite del rischio, sempre.
Piero invece lavora con l'accanimento e il puntiglio quasi astratto dei grandi maestri d'un tempo, quelli che sapevano come occorressero due anni per formare un cavallo dì alta scuola (e il salto è per Piero quasi un numero di alta scuola esasperato). Il suo stile tuttavia sembra derivare da qualcosa di duro, di ostinato che egli porta dentro di sé e che pretende di imporre al cavallo, al punto da non rispettare, da schiacciarne la personalità, un animale che deve diventare una macchina, un mezzo e non un compagno sportivo.
Raimondo D'Inzeo in un'immagine a coloriNel lavoro di preparazione, nella ricerca di mettere il cavallo sulle anche, arriva all'esasperazione tanto che qualche cavallo gli si è ribellato, un po' come i tedeschi, anzi più drammatico e doloroso. Quelli però che per indole si sono assoggettati alla sua scuola, sono divenuti insuperabili strumenti della sua bravura come Uruguay, Surbean, The Rock, vertici di un classicismo equestre forse insuperabile. E tuttavia è Piero a sostenere che il cavallo, in certo modo, partecipi alla competizione, possa farsi un onesto collaboratore, mentre proprio Raimondo è convinto del contrario e considera il cavallo, per quanto generoso, fedele ed emotivo possa essere, per nulla intelligente: opinione questa di suo padre e di quanti valutano l'intelligenza del cavallo senza tener conto del lavoro del tutto innaturale ed esasperante cui lo sottopongono. È l'intelligenza dell'animale da fuga, quella del cavallo, patologica, perciò lontana dai nostri schemi di pensiero, di animale dominato da una ipersensibilità capace di esaltarlo sino a rischiare se stesso, e quindi con un atteggiamento psicologico poco adatto per conseguire la concentrazione necessaria per la gara. Dimentica Raimondo che proprio Merano, al termine di ogni gara, al momento della premiazione, sgroppava se vincitore, se ne stava mogio se aveva soltanto commesso un errore (Raimondo sospetta che, per intuito o telepatia, il cavallo risponda all'umore del cavaliere).
Raimondo D'Inzeo con Posillipo al Derby di Amburgo: Capolavoro di scioltezza, eleganza, precisioneChe ogni cavallo senta la gara, questo è innegabile. Ma alcuni ne hanno paura, altri l'affrontano con coraggio, altri con dichiarata aggressività. Merano, a detta di Raimondo, non è stato il cavallo « più dotato » dei suoi tempi, ma il più volitivo, il più attento, il più riflessivo e tenace. Eppure, puledro, nessuno gli avrebbe dato un soldo, bruttino com'era. Ma quando Raimondo lo vide nella tenuta dei Morese a Ponte Cagnano, fu, egli afferma, il colpo di fulmine. Era il più disarmonico della torma, ma a Raimondo parve vedere nel cavallo certi rapporti scheletrici, certe angolazioni, una disposizione delle membra, una « umanità » nell'occhio che lo decise per la scelta di quel « brutto anatroccolo ».
Ambedue di taglia media, Piero e Raimondo, magri, come asciugati dall'equitazione, un viso stretto, triangolare, proprio equino, possiedono l'arte di trovare un'armonia perfetta col cavallo preferito, attraverso metodi totalmente diversi, Raimondo intento a fare del cavallo un collaboratore appassionato e fedele, pur giudicandolo poco intelligente, ma facendo di tutto per arrivare a capirne l'indole e le attitudini; Piero deciso a modellare il cavallo secondo uno schema fisso, personale, un disegno ideale per il cavallo d'ostacoli. E così per oltre trent'anni, a gomito a gomito, si affrontano senza rivalità, ma legati da uno spirito di fraterna emulazione, tanto da dominare rivali del nome di Thiedemann, d'Oriola, Winkler, Pessoa, Broome e pochi altri.


Graziano Mancinelli
"UN CAVALLIERE, UNO DI NOI"
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